Nuova lotta di Sagnet contro le multinazionali della Gdo: chiamati in causa Cirio, Mutti, La Rosina

È una notizia straordinaria. Che i pomodori raccolti con il sangue dei braccianti finissero nella grande distribuzione era più che un sospetto; una certezza che abbiamo dovuto portare con noi per anni. Ora ci sono le prove”. Yvan Sagnet è il volto della lotta contro il caporalato in Italia. Dieci anni fa era arrivato dal Camerun per studiare ingegneria, ma la sua missione di vita è cambiata nel 2011, quando ha conosciuto la violenza del lavoro nei campi. In quei giorni, a Nardò, Sagnet divenne l’ispiratore e la guida del primo sciopero spontaneo dei braccianti africani. La sua lotta ora si chiama No Cap, l’associazio – ne che ha fondato per promuovere una filiera produttiva etica e libera dallo sfruttamento. L’anno scorso il presidente Sergio Mattarella gli ha conferito il titolo di Cavaliere al merito
della Repubblica italiana. “Vo – glio congratularmi con la procura di Lecce – dice Sagnet – per aver messo su carta le responsabilità delle multinazionali. Colpire i caporali significa agire sugli effetti ma non sulle cause dello sfruttamento. Quelle risiedono in un modello di sviluppo che ha stravolto i rapporti di forza tra grande distribuzione, imprese e lavoratori. Il primo ricatto, la prima forma di caporalato economico è quella che subiscono gli imprenditori agricoli”.

Il ministro dell’Agricoltura Martina di recente ha parlato dei miglioramenti ottenuti grazie alla legge sul caporalato, approvata un anno fa. Sta facendo la differenza? È una risposta parziale. Ha dato uno strumento in più alla magistratura per indagare sul fenomeno, quindi è un passo in avanti. Ma non basta. È una legge quasi esclusivamente repressiva. Consente di arrivare a caporali e piccoli imprenditori, ma ignora il ruolo della grande impresa. Cosa manca? Serve anche prevenzione. I controlli devono essere costanti. Anzi, permanenti. Aspettiamo ancora di vedere in funzione la cabina di regia promessa dal governo. Per un’azio – ne preventiva semplice ed efficace, ad esempio, basterebbe controllare e bloccare i mezzi di trasporto dei caporali: sono lo strumento con cui portano avanti la loro attività. Un’ altra proposta: bisogna aiutare chi denuncia lo sfruttamento, rischiando violenze e ritorsioni. Si potrebbe concedere il diritto di soggiorno temporaneo a chi ha il coraggio di ribellarsi al caporalato. Ma l’intervento più importante rimane quello sul sistema di produzione. Quale? Serve una riforma del mercato del lavoro agricolo. Bisogna creare un punto d’incontro legale tra la domanda e l’offerta di lavoro. I centri di impiego non funzionano. E serve un vero sistema di tracciabilità dei prodotti, una certificazione etica della filiera. Un modo per garantire che i prodotti che arrivano sugli scaffali dei supermercati siano puliti. Crede davvero sia possibile cambiare la cultura e le abitudini di chi produce sfruttando e di chi consuma senza saperlo? L’associazione No Cap ha già iniziato a lavorare al cambiamento. I soggetti interessati sono moltissimi. Per quanto riguarda la distribuzione, ci sono gruppi sensibili a una filiera pulita come i supermercati Family & Dok del gruppo Megamark. Oppure l’associazione dei produttori Altragricoltura, fondata da Gianni Fabbris, che raccoglie un gruppo di circa 50mila imprenditori agricoli. O ancora, il consorzio di commercio equo e solidale Altromercato, che produce la passata “caporalato free” Tomato Revolution.

By |2017-10-23T12:36:19+00:00ottobre 23rd, 2017|Caporalato, No Cap, Rassegna Stampa|0 Comments

About the Author: