Premessa 2017-04-29T02:00:57+00:00

Premessa

 

Il modello di sviluppo economico attuale, nato per allargare il benessere a cerchie sempre più vaste di esseri umani, si sta tragicamente avvitando su se stesso contraddicendo i suoi scopi più nobili in una spirale che genera diseguaglianze odio e rancore perché ha completamente dimenticato l’essere umano e mira solo al raggiungimento del profitto immediato e macroscopico per un numero sempre più ristretto di persone.
L’intera economia reale mondiale è asfissiata da un sistema finanziario speculativo che comprime diritti e benessere, attacca i beni comuni e toglie speranza ai cittadini. In questo scenario di totale supremazia dell’economia finanziaria virtuale sull’economia reale, la vita dell’essere umano e la sua capacità di lavorare e di produrre, diventano variabili spendibili di un’equazione finanziaria in cui non c’è più spazio per un approccio umano al lavoro.
In Italia nell’estate 2011, nella Masseria Boncuri a Nardò in provincia di Lecce, grazie al coraggio di Yvan Sagnet e dei suoi compagni, scoppiava la rivolta contro la riduzione in schiavitù di centinaia di braccianti di oltre 15 paesi; nasceva la prima forma di protesta contro il caporalato, fenomeno di intermediazione abusivo, un’evasione rispetto al sistema di diritti del lavoro che può condurre anche alla riduzione del lavoratore in condizioni para-schiavistiche o in servitù. Il mancato riconoscimento dei diritti che si lega ad un’inadeguata valutazione dei rischi del lavoro, anche per la propria salute e al fenomeno delle morti bianche e dello sfruttamento, produce  effetti macro che si ripercuotono sulla collettività. Lo sfruttamento lavorativo porta alla perdita di introiti per lo Stato derivati da fiscalità diretta e indiretta e dai contributi previdenziali innescando un circolo vizioso per cui esso tende a incrementare la tassazione per compensare la mancanza di entrate (accentuando lo squilibrio tra coloro che sono regolarmente registrati e chi invece è irregolarmente impiegato). Si crea una situazione di concorrenza sleale a discapito degli imprenditori onesti che può sfociare nell’abbassamento degli standard qualitativi dei prodotti delle imprese. Ciò significa che il contrasto al lavoro nero, allo sfruttamento lavorativo e al caporalato, in agricoltura come in altri settori, deve diventare una priorità per il sistema imprenditoriale onesto, le forze sindacali e i vari governi.
Nel documento di Comunicazione della Commissione Europea sul Lavoro non Dichiarato del 1998 si inseriva il problema del lavoro irregolare tra i temi da trattare per modernizzare le politiche sul mercato del lavoro e in successivi regolamenti sono stati invitati gli Stati Membri a definire politiche non solo per il lavoro regolare ma anche per la tutela delle categorie più deboli, gli invisibili.
Improvvisamente il mondo prendeva coscienza di una realtà vergognosa sulla quale per troppo tempo, troppe persone e istituzioni, avevano preferito girare la testa dall’altra parte. Un gruppo di Ecologisti ed economisti sgomenti del Cetri-Tires furono tra i primi  a correre in soccorso dei  rivoltosi di Boncuri, organizzando la manifestazione NO CAP in loro solidarietà, d’intesa con la FLAI CGIL locale e con molti artisti locali e internazionali fra cui Eugenio Bennato. Superata l’emergenza del 2011 la manifestazione NO CAP fu ripetuta nel 2012, in condizioni più precarie in quanto, pur in presenza dell’inchiesta SABR della DDA di Lecce (che aveva incriminato i caporali insieme ai loro mandanti con accuse gravissime dal traffico di esseri umani, alla riduzione in schiavitù alla sottrazione di documenti personali), le istituzioni locali avevano inspiegabilmente deciso la chiusura del centro di accoglienza di Boncuri negando l’evidenza del persistere di forme di lavoro schiavistico nelle campagne del territorio e lasciando così i lavoratori in balia dei loro sfruttatori, senza neanche quella minima rete di protezione che l’associazione FinisTer  era riuscita a garantire a Boncuri e che era stata indispensabile per il formarsi di quella coscienza dello sfruttamento che aveva portato alla rivolta del 2011. In questa seconda edizione di NO CAP si fece però uno straordinario balzo in avanti verso l’identificazione di iniziative efficaci (da affiancarsi alla denuncia e alla lotta) per la rimozione delle cause profonde del caporalato, e non solo per la mitigazione dei suoi effetti più disumani. Si cominciò così a riflettere su modi di trasformazione dei prodotti agricoli locali per conferire loro maggior valore e dunque un reddito aumentato ai produttori, come ad esempio la gelatina di anguria, preparata da una gastronoma siciliana su una vecchia ricetta araba, per un apposito laboratorio del gusto organizzato di concerto con lo Slow Food Puglia.
 
GLI EFFETTI PERVERSI DEL SISTEMA SPECULATIVO: IL RAZZISMO COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA.
Il razzismo è un’arma di distrazione di massa per distogliere l’attenzione di lavoratori precari sottopagati e sfruttati dai veri responsabili della loro precarietà e del loro sfruttamento. Così si preoccupano che il lavoro venga “rubato” da lavoratori immigrati che sono vittime come loro del sistema globale di sfruttamento dell’economia finanziaria capitalista e non di coloro che il lavoro lo stanno distruggendo facendo profitti astronomici sulla loro pelle con strategie economiche a alta intensità di capitali e a bassa intensità di lavoro. Nell’economia ultra liberista attuale, incentrata unicamente sulla massima produttività e con la minima spesa, il lavoro ha perso il valore di creatore di capitale sociale ed è diventato unicamente una variabile non necessaria del sistema di impresa che va compresso il più possibile per garantire i margini di profitto più alti possibile. Chiaramente però è più semplice prendersela con gli immigrati che leggersi un testo di Jeremy Rifkin.
LA RIMOZIONE DELLE CAUSE REALI DEL CAPORALATO E NON SOLO DEI SUOI EFFETTI
Cominciava così a prendere forma l’idea che il caporalato fosse un fenomeno le cui cause si radicavano in tempi remoti e ben lontani dai posti dove il fenomeno si manifestava, e che per rimuoverle c’era bisogno di andare oltre la pur necessaria denuncia e la pur ineludibile difesa della legalità e dei diritti. Con il continuare a parlare solo di caporalato si rischia di spostare l’attenzione in un aspetto importante ma solo accessorio al sistema di sfruttamento e sospensione dei diritti che conosce l’attuale configurazione del lavoro agricolo nelle campagne dell’Europa mediterranea e non solo.
 
Il caporalato infatti altro non è che una forma estrema di sfruttamento del lavoro dell’essere umano che si manifesta in forme diverse su scala globale. I bambini di tre anni nel Benin in Africa che spaccano pietre per 14 ore al giorno e per un salario di un dollaro, i piccoli rifugiati siriani costretti a lavorare in fabbriche di jeans in Turchia per le multinazionali del tessile, le centinaia di migliaia di giovani donne e uomini costretti a cucire vestiti per le “griffe” occidentali in fabbriche fatiscenti in Bangladesh sono solo alcuni dei più rivoltanti esempi della cinica applicazione della logica del profitto da parte delle grandi corporation finanziarie mondiali per le quali il lavoro è solo un costo da comprimere il più possibile nella logica della produttività estrema e della totemica difesa dell’interesse alla massimizzazione dei loro profitti.
La stessa logica ispira attività altrettanto criminose come il land grabbing che, nell’interesse di multinazionali cinesi o occidentali, spossessa della terra quantità sempre crescenti di cittadini africani costretti ai viaggi della disperazione e che spesso si concludono tragicamente nella grande tomba del mediterraneo.
La stessa logica che ispira la parossistica svendita degli asset territoriali e delle aziende agricole e turistiche locali italiani a grandi gruppi finanziari multinazionali con la scusa della ricerca degli investitori stranieri.
LA TIRANNIA DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE E DELLA SPECULAZIONE
La grande distribuzione organizzata non è altro che la ramificazione su scala reale, ovvero nell’economia reale del sistema finanziario. La stessa logica che impone il prevalere degli interessi della grande distribuzione nel mercato dei prodotti alimentari su quelli dei piccoli, medi e anche grandi produttori locali, costretti a assumere manodopera in nero per mantenere margini sempre più esigui di competitività in un mercato globale dai costi crescenti (primo fra tutti quello dell’energia) e dai ricavi sempre più esigui perché condizionati dalla mafia della grande distribuzione organizzata che, dopo aver sterminato la concorrenza dei piccoli negozianti di prossimità e di quartiere, adesso sta cercando di compiere anche lo sterminio dei propri fornitori imponendo loro dei prezzi assolutamente inadeguati a dare un senso economico alle attività agricole.
UN ESEMPIO DI CAPORALATO  DELLE MULTINAZIONALI DELL’ALIMENTARE SUL SISTEMA PRODUTTIVO MONDIALE
Le potenti aziende del settore alimentare hanno avuto un successo commerciale senza precedenti accrescendo i loro profitti. Ciò è avvenuto mentre i milioni di persone che forniscono i beni necessari alla produzione – terra, acqua e lavoro – hanno affrontato crescenti difficoltà. In Pakistan, le comunità rurali dicono che le multinazionali stanno  imbottigliando e vendendo acqua vicino a dei villaggi che non hanno accesso ad acqua potabile. Nel 2009 un’azienda mondiale è stata accusata di acquistare carne bovina da fornitori brasiliani implicati nel disboscamento delle foreste pluviali dell’Amazzonia per far pascolare il bestiame. Oggi importanti aziende mondiali di bibite gassate si trovano  a dover affrontare le accuse di sfruttamento di risorse idriche fondamentali, di produrre bevande che creano disfunzioni gravi per l’alto contenuto di zuccheri e per reati che arrivano fino allo sfruttamento  del lavoro minorile.
Purtroppo non si tratta di anomalie. Per più di 100 anni le aziende più potenti del settore alimentare si sono servite di terre e di lavoro a basso costo per produrre al minimo dei costi e con elevati profitti; spesso a danno dell’ambiente e delle comunità locali in varie parti del mondo. Tutto questo ha contribuito alla attuale crisi del sistema alimentare. Oggi un terzo della popolazione mondiale dipende per il proprio sostentamento da piccole aziende agricole. E sebbene l’agricoltura produca abbastanza cibo per tutti, un terzo viene sprecato. Oltre 1,4 miliardi di persone sono in sovrappeso e altre 900 milioni di persone patiscono la fame.
La stragrande maggioranza di coloro che soffrono la fame sono produttori di piccola scala e braccianti che coltivano e producono cibo per sfamare circa 2-3 miliardi di persone in tutto il mondo. Circa il 60% dei braccianti agricoli vive in povertà. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico provocato dalle emissioni di gas a effetto serra (di cui un’ampia percentuale è dovuta alla produzione agricola su scala industriale) determina una sempre maggiore instabilità delle rese agricole. (Fonte Oxfam). Il Cetri ha creato un “Tavolo Tecnico” permanente per monitorare questi fenomeni nel Mondo. L’ambientalismo dei poveri è nato in quella parte del mondo dove spesso gli ultimi si trovano dalla parte dei difensori e della conservazione della natura contro le multinazionali e gli stati che non consentono né lo sviluppo della giustizia sociale, né il riconoscimento alla partecipazione decisionale sul destino delle risorse; comprendiamo che le lotte per i diritti umani e per l’ambiente sono inseparabili.
Ovviamente le multinazionali non sono le uniche responsabili della fame e delle povertà globali. Tuttavia, come evidenziamo, la loro crescita è avvenuta anche grazie alla disponibilità di terreni e di lavoro a basso costo ottenuti a discapito delle comunità povere di tutto il mondo e dello sfruttamento dei lavoratori. Inoltre oggi hanno il potere di esercitare una grande influenza sui trader (intermediari) e sui governi, ovvero su coloro che controllano e gestiscono la filiera alimentare globale. Sono anche la parte più visibile dell’industria di settore e stanno mettendo a rischio la loro reputazione in quanto i consumatori manifestano sempre maggiore interesse su quello che comprano e su chi glielo vende.
Dopo 4 anni passati a denunciare le condizioni di lavoro e di vita disumane e schiavistiche dei lavoratori della terra, immigrati e anche italiani, e dopo due libri (“Ama il tuo sogno” presentato su Rai 3 da Roberto Saviano e “Ghetto Italia”),  Yvan Sagnet ha deciso di mettere la sua esperienza di lotta e il suo patrimonio di conoscenze a disposizione  di tutti creando la prima “rete anticaporali internazionale” che porta il nome di “NO CAP”. Yvan sostiene questa idea di rete e nodi in oltre 20 paesi da diversi anni ma finalmente il 27 aprile 2017 fonda la sua associazione a Palermo dedicandola a San Benedetto detto “il Moro”, il primo francescano “nero” figlio di schiavi e diventato Santo nella storia della fede cristiana.
L’ECONOMIA DEI CERCHI E DEGLI ESEMPI DI #NOCAP . RETI DENTRO RETI
Solo con una corretta informazione e con l’azione individuale di condivisione delle informazioni sarà possibile portare a galla le tragiche contraddizioni che la società del benessere implica, per cui le conseguenze del nostro stile di vita ricadono con conseguenze devastanti sulle comunità e sulla Biosfera del Sud del Mondo e dei paesi in via di sviluppo. Milioni di individui, specialmente giovani, stanno indirizzando il proprio impulso empatico alle bisognose comunità di indigeni che con la loro cultura della condivisione si dedicano alla salvaguardia degli ultimi ecosistemi selvaggi e incontaminati rimasti sul nostro splendido pianeta.
Il concetto di rete assumeva un’importanza sempre maggiore in ecologia, i sistemici cominciarono a usare modelli a rete a tutti i livelli di sistema, considerando gli organismi come reti di cellule, organi e sistemi di organi, proprio come gli ecosistemi sono interpretati come reti di organismi individuali. Analogamente, i flussi di materia e di energia che attraversano gli ecosistemi erano interpretati come la continuazione di processi metabolici che attraversa gli organismi, in altre parole, la trama della vita è fatta di reti all’interno di reti. A ogni scala d’ingrandimento, in osservazioni più ravvicinate, i nodi della rete si rivelano come reti più piccole. La nostra tendenza è quella di ordinare questi sistemi, inseriti tutti all’interno di sistemi più grandi secondo uno schema gerarchico, ponendo i sistemi più grandi al di sopra di quelli più piccoli in una struttura a piramide. Ma questa è una rappresentazione umana, troppo umana. In natura non c’è alcun “sopra” o “sotto”, non esistono gerarchie. Ci sono solo reti dentro reti questa è la forza di NO CAP e dei suoi attivisti e ispiratori.
“I giovani hanno incominciato a cogliere l’opportunità di dare vita a una civiltà sostenibile, giusta ed empatica e senza frontiere”.  Yvan Sagnet
L’economia della condivisione inizia nel villaggio locale, per poi protendersi verso il mondo esterno formato da innumerevoli villaggi; i cerchi si propagheranno orizzontalmente, mai verticalmente. Finisce quindi il sistema piramidale ed inizia il modello economico dei cerchi, cerchi oceanici sempre più ampi che comprenderanno l’intera umanità in network orizzontali distribuiti e collaborativi. Il progetto NO CAP mira dunque a promuovere una nuova idea di economia ispirata alla termodinamica che sia basata sulle risorse naturali e umane del territorio eliminando le cause strutturali di ogni sfruttamento dell’essere umano sul piano lavorativo e su quello esistenziale. In questa battaglia dobbiamo essere coscienti che le regole del gioco sono dettate da pochi grandi gruppi commerciali che, in un mercato globale, appartengono a loro volta a pochi grandi gruppi finanziari che controllano aziende che a cascata ne controllano delle altre che alla fine della filiera si ritrovano a sfruttare il lavoro dei bambini in Africa o in India o dei braccianti stranieri e italiani a Nardò, a Foggia, a Latina, a Castel Volturno a Saluzzo, a Asti, a Cassibile o a Rosarno, e a mettere l’asta alla gola alle aziende produttrici con prezzi ridicolmente bassi e il ricatto del prendere o lasciare che lascia l’impresa locale spesso senza alcun margine, mentre i loro prodotti vengono venduti al dettaglio per cifre decuplicate rispetto a quelle dell’acquisto.
Il mercato dominato dalla grande distribuzione organizzata speculativa mira alla omologazione di tutti i processi produttivi e distributivi, cancellando la diversità produttiva e le piccole imprese sia di produzione che di commercio, favorendo invece macro concentrazioni produttive e distributive.
Ricordiamo ad esempio che già oggi il mercato dei semi è in mano a sei grandi gruppi globali mentre questo controllo non dovrebbe neanche esistere perché l’accantonamento della semenza per il prossimo raccolto fa parte di quella cultura contadina dello Slow Food e Terra Madre che si sforzano di tutelarlo e farlo prosperare su scala globale da anni.
UN ESEMPIO DI AGRICOLTURA DI TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, BUONA PULITA E GIUSTA
L’agricoltura italiana rappresenta il modello diametralmente opposto a quello della globalizzazione del mercato e sopravviverà solo se riuscirà a mantenersi fedele ai suoi principi: produrre e vendere realizzando grandi profitti grazie alla qualità delle sue eccellenze agroalimentari, da una parte, contribuendo alla tutela del territorio, rispettando i diritti dei lavoratori e favorendo la tracciabilità del prodotto sia nella filiera corta (comunemente indicata con la formula semplificatrice del km zero) come avviene già su piccola scala con il commercio equosolidale dei Gas (Gruppi di acquisto solidale), Gap (Gruppi di acquisto popolare), Gal, ecc., che in una filiera più lunga per il prodotto trasformato in grado di creare reddito e valore aggiunto e che consente di sostenere l’economia locale. Sopravviverà solo se riuscirà a vincere la sfida di guadagnare competitività tramite la modernizzazione dei processi produttivi e non tramite la compressione dei diritti e del costo del lavoro.
In altre parole bisogna far uscire l’agricoltura dal paradigma fossile verticistico centralizzato e speculativo della seconda rivoluzione industriale e farla entrare decisamente nella Terza Rivoluzione Industriale secondo i principi proposti da Jeremy Rifkin e declinati da Carlo Petrini con la formula secondo cui il prodotto agricolo deve essere non solo “buono” ma anche “pulito e giusto”.
Questo significa che non è più possibile accontentarsi della certificazione del biologico ignorando se ci sono emissioni e rifiuti nel processo produttivo e nel sistema della distribuzione o il prodotto della filiera sia stato raccolto e messo sul mercato con metodi schiavistici. In altre parole un prodotto non deve essere solo buono (biologico) ma deve anche essere pulito e cioè rispettare i principi del km zero (filiera corta) abbassando emissioni e rifiuti zero secondo le linee guida del libro/manifesto Territorio Zero , e infine giusto, cioè raccolto e lavorato da esseri umani liberi e in pieno godimento dei loro diritti.
Bisogna insomma pensare a un nuovo tipo di impresa agricola che riesca a liberarsi dalle storture del mercato attuale, seguendo alcuni parametri fondamentali: la qualità biologica, la decarbonizzazione della produzione, il rispetto del lavoro e la filiera corta.
NO CAP: UNA FILIERA  ETICA ED ENERGETICA “ETICHETTIAMO LA COSA GIUSTA PER TUTTI” e ” PREMIAMO I MIGLIORI” PER ENTRARE NELLA ECONOMIA DEGLI ESEMPI
Oggi serve  un sistema di promozione dell’agricoltura locale per dare valore aggiunto al territorio in termine di crescita economica e occupazionale, mettendola al riparo della concorrenza dei prodotti dei paesi terzi, di certificazione energetica ed etica che informi i consumatori sugli aspetti relativi alle emissioni e a i rifiuti del ciclo produttivo e distributivo; sugli aspetti etici, informando i consumatori, ad esempio, su un prodotto come la passata di pomodoro, in modo che si possa sapere se la passata che stanno comprando è stata prodotta con pomodori raccolti nel rispetto dei diritti dei lavoratori, o raccolti da schiavi sotto caporale.
Un sistema premiante e di modelli open source di auto-certificazione a costo zero… per dare alla rete diverse informazioni relative alle energie rinnovabili, e se queste sono state introdotte nei cicli agricoli (per esempio l’irrigazione fotovoltaica, la refrigerazione solare, i trattori a idrogeno, ecc.) per abbassare le emissioni dei cicli produttivi; sui sistemi di filiera corta senza imballaggi per abbassare il livello di rifiuti sia in fase di produzione che di distribuzione dei prodotti; sulle qualità organolettica…
L’ideale sarebbe sviluppare un sistema di “premialità etica ed energetica” che possa raggiungere la distribuzione commerciale che attualmente detiene un potere smisurato essendo in grado di dettare i prezzi dei prodotti in partenza con ripercussioni negative lungo tutta la filiera che costringono i produttori e i trasformatori, a cascata, a comprimere i costi e massimizzare lo sfruttamento delle risorse naturali e umani. Il nostro sogno è quello di creare nuovi sistemi virtuosi di distribuzione open source slegati dai processi economici e legati a modelli sostenibili. Dobbiamo  uscire dai sistemi centralizzati ed entrare in modelli termodinamici, l’internet delle cose ci salverà… se usata con criteri di civiltà e sostenibilità.
Per questo motivo è stata costituita l’Associazione No Cap che sta realizzando in oltre 20 paesi la prima rete Internazionale anti-caporale contro le logiche speculative del mercato e contro la tirannia della grande distribuzione, affianco ai lavoratori e ai produttori, per proporre, in assenza di regole precise, la diffusione di un modello etico ed energetico dei prodotti dove sia sempre chiara  la tracciabilità lungo tutta la filiera, dalla produzione alla trasformazione alla commercializzazione. Un modello di certificazione di rete dove ogni impresa rispetta non soltanto i principi di qualità, ma anche quelli della sostenibilità ambientale (per esempio intraprendendo pratiche di decarbonizzazione dei propri processi produttivi), e quelli etici e di rispetto dei diritti delle persone e del lavoro.
Lo sfruttamento del lavoro è ormai arrivato a toccare livelli semi-schiavistici anche in altri settori, da quello industriale a quello dei servizi (pensiamo ai call center ai sistemi di vendita porta a porta, alle agenzie interinali, al sistema di appalti), tanto che si parla ormai di un “caporalato 2.0”.
Progressivamente questo modello premiante e simbolo  di tracciabilità etica ed energetica dovrà estendersi a tutti i settori dell’economia reale (servizi, edilizia,  turismo, logistica e trasporto,  sanità, pubblico impiego, industria ecc), tutelandoli dalle aggressioni e dalla ferocia del mercato speculativo globale per contribuire a contrastare le cause di ogni forma di caporalato, sfruttamento, schiavismo e violazione dei principi di giustizia e di umanità nei rapporti sociali ed economici, rimettendo l’essere umano al centro delle attività economiche anziché il profitto.

Direttivo No Cap