Di Mari Albanese fonte: cielodipaz.it

Ho avuto il grande piacere di ascoltare le parole e la forza di Andi Ngaso, il giovane medico camerunense che solo pochi giorni fa è stato vittima di uno spregevole caso di razzismo, quando una donna ha rifiutato le sue cure a Cantù in provincia di Como perché nero di pelle. Alla luce degli ultimi tristi ed emblematici eventi che raccontano una società smarrita, alla mercé di una politica priva di contenuti che inneggia ai suoi populismi più beceri e pericolosi, abbiamo sentito il bisogno di ascoltare chi in Italia lavora e dà il suo contributo per renderla migliore. Un’intervista che racconta la passione di un giovane medico da sempre accanto agli ultimi. Leggerla vi farà riflettere e commuovere tanto.

Dottore Nganso lei è arrivato in Italia già 12 anni fa, come mai ha scelto il nostro paese per conseguire la sua laurea in medicina?

“Ho scelto l’Italia per l’amore delle lingue latine e per la cultura mediterranea. Quando mi sono diplomato, tutti i miei fratelli studiavano in Germania. I miei avrebbero quindi  preferito che io andassi là per essere vicino a loro. Testardo come sono, ho fatto un altra scelta. Essendo il più piccolo della famiglia, avevo il desiderio di non sentire più lo sguardo e la protezione dei più grandi. Ho seguito quindi la mia voglia di  intraprendere un percorso solitario”.

Lei ha lavorato per la Croce Rossa e in diversi centri d’accoglienza tra i quali Lampedusa, un’isola complessa, terra di frontiera capace di narrare le contraddizioni insite nel concetto complesso d’accoglienza. Può donarci un ricordo legato a questa esperienza?

“Lampedusa, l’isola che non c’è, ha cambiato la mia vita e il mio modo di intendere la mia professione. Lavorare nel  terzo settore e in particolare nella medicina delle migrazioni è entusiasmante in quanto ti devi inserire in un circuito plurifunzionale che deve guardare l’assistito a 360 gradi. Prestare  servizio per i pezzi più marginali della società è una cosa bellissima e molto emozionante. Lampedusa e la Sicilia tutta dovrebbe essere presa ad esempio soprattutto in questo periodo dove è più facile fare banali considerazioni. Davanti alle varie  onde migratorie degli ultimi anni, ha saputo mantenere la sua dignità e la sua umanità. C’è un Italia bella, che ogni giorno con passione tende la mano a chi ne ha bisogno”.

Abbiamo seguito le ultime tristi vicende che lo hanno visto protagonista. Una paziente ha rifiutato le sue cure a Cantù, dove lei lavora, palesando chiaramente un fastidio rispetto al colore della sua pelle. Nel 2018 come può spiegare questa vicenda paradossale e tristemente vera di razzismo?

“Succede nel 2018 perché a 80 anni dall’approvazione delle leggi razziali, a 50 anni dalla morte di Martin Luther King ci siamo dimenticati di come eravamo messi. Succede perché davanti ad una mancanza di idee da proporre per risolvere i problemi della nostra società, gli argomenti usati sono quelli di colpevolizzare gli ultimi. Ieri erano i meridionali, l’altro ieri le donne, oggi gli stranieri. La tensione sociale non può in nessun caso giustificare l’odio razziale”.

Alla luce degli ultimi emblematici eventi di Macerata (raid xenofobo contro gli immigrati africani) quale messaggio vorrebbe lanciare alla nostra società civile, alle famiglie, alla scuola, alle insegnanti?

“Gli eventi gravissimi degli ultimi giorni ci devono far riflettere. È ora di calmare gli animi. È una cosa atroce pensare che puoi essere ucciso per il tuo aspetto fisico, per il tuo credo religioso, per il tuo orientamento sessuale. Fa paura notare che gli argomenti usati da alcuni oggi sono gli stessi che venivano usati nel periodo nazifascista. È ora di fermarci, tutti. Ci appelliamo alla maggioranza degli italiani che hanno a cuore gli ideali di umanità e uguaglianza. C’è un grande lavoro di educazione e di cultura da riprendere in mano e noi non  possiamo tirarci indietro”.