di Mari Albanese fonte: cielodipaz.it

Marilena Cefalà è una donna caparbia e coraggiosa. Nata e cresciuta ad Alimena in provincia di Palermo, oggi dirige con forza e sensibilità il Centro Accoglienza di Lampedusa. Nell’intervista che segue ci racconta, come solo una donna sa fare, tutte le difficoltà e le emozioni dell’accoglienza. Un’isola nell’isola che parla alla nostra umanità, dove la vita e la morte camminano a braccetto stretti dal coraggio della speranza. Nel suo racconto ci sono le vite di tante donne e dei loro figli. Le esistenze di uomini che non hanno smesso di sognare. Marilena ci consegna uno dei luoghi più conosciuti al mondo, mediato dalla verità di chi ci vive per scelta. Una missione laica che dovrebbe far riflettere molto. Fuori da ogni retorica, le sue parole sono dense di quella solidarietà che fa bene al cuore, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui imperversa il populismo reazionario più becero. Lampedusa narrata da chi ogni giorno lavora in trincea.

Dall’isola felice di Alimena, all’isola meravigliosa e complessa di Lampedusa. Puoi raccontarci questo approdo?

“Sono arrivata al centro accoglienza nel marzo 2011, periodo in cui Lampedusa si trovò scenario e terra sicura per migliaia di migranti a seguito degli eventi della primavera araba. Mi sono praticamente lasciata travolgere da quel mondo, il centro accoglienza è sicuramente l’isola nell’isola. Un posto tosto a livello emotivo dove vita e morte camminano mano nella mano, così come la sofferenza e la speranza di un futuro migliore. Dove i sorrisi i gesti e i pianti assumono un significato profondo e dove sperimenti che forse sei davvero fortunato a stare dall’ altra parte del mare”.

Marilena cosa significa dirigere il Centro Accoglienza di Lampedusa?

“Dirigere il centro accoglienza vuol dire mettere in atto ogni giorno delle risorse, non solo pratiche quali la gestione del servizio medico, degli operatori, degli spazi e delle funzioni primarie. È un lavoro che ti inventi ogni giorno perché ogni giorni ti trovi davanti a vite diverse, bisogni diversi e dove puoi sentirti grande perché riesci a dare speranze e mettere in atto azioni concrete o piccolissima ed impotente quando ti viene raccontata la storia di chi si è vista inghiottire una persona cara tra le onde gelide del Mediterraneo. Più che un lavoro è una missione che ha mille difficoltà ma anche mille soddisfazioni come il sorriso di un bambino, di una madre che ritrova un figlio. Ho imparato da tutti gli ospiti che sono passati che c’è sempre la forza di ripartire e che comunque la vita trionfa sempre anche quando tutto sembra perduto”.

Quali  sono le difficoltà che affrontate?

“Le difficoltà sono legate alla tipologia degli arrivi e dal numero delle presenze. Il centro di Lampedusa ha subito 3 incendi nel corso del tempo di cui due con danni consistenti. La capienza ordinaria è di 381 posti, ma ci siamo trovati ad accogliere anche 1400 persone, inventandoci ogni tipo di sistemazione per garantire almeno alle categorie vulnerabili, quali donne e bambini, condizioni di accoglienza congrue. Altra difficoltà è legata alla gestione del trauma nei naufragi, esempio per tutti il 3 ottobre del 2013, con i 366 morti e con i subsahariani che vengono da condizioni molto più problematiche e travagliate rispetto ai nord africani, dove violenza sfruttamento, soprusi e torture sono all’ordine del giorno e dove lo spettro della morte convive con la loro quotidianità”.

Ti chiedo di donarci un tuo ricordo, un’esperienza che più delle altre ha cambiato la tua vita e la tua sensibilità di donna…

“Zanabou Camara aveva perso la sua bimba e gli operatori delle Misericordie sono riusciti a rintracciarla ed a riunirla alla sua piccola. Il nostro lavoro ha permesso di rintracciare prima una sorella in Francia e quindi la donna in Tunisia e, successivamente, con la collaborazione dell’Ispettore Volpe e della Polizia di Stato, sono state portare avanti le procedure per il riconoscimento. Ecco questa è stata una delle più belle emozioni della mia vita come donna e come madre…”.