di Marco Omizzolo – Le agromafie agiscono nel sistema di produzione agricolo nazionale e internazionale grazie ad alcuni vuoti normativi, alle troppe complicità che in esso si manifestano e in virtù di una profonda e strutturale opacità della filiera agricola. Sfruttamento, caporalato, riciclo di denaro sporco, investimenti criminali e mafiosi trovano nella “Grande Distribuzione Organizzata” occasione per sedimentare affari e relazioni.

Le logiche che ispirano questa ultima sono parte del problema, ancora però piuttosto sottovalutate, soprattutto dalla politica nazionale ed europea. Yvan Sagnet, che con la sua associazione “NoCap” cerca di combattere anche contro il sistema della Grande Distribuzione Organizzata, non ha dubbi: “Colpire i caporali e anche le aziende che se ne servono, per quanto necessario, incide solo sugli effetti e non sulle cause reali del caporalato. Le cause risiedono nel modello economico attuale, nei rapporti di forza fra grandi imprese multinazionali e lavoratori e consumatori. Anche le piccole e medie aziende agricole sono vittime di quella specie di “caporalato economico internazionale” che è la grande distribuzione organizzata, che mette l’asta alla gola ai produttori agricoli, stabilisce prezzi, condizioni di mercato insostenibili e concorre a determinare le condizioni del ricorso alla manodopera schiavistica. Oggi tutto si gioca sulle scelte consapevoli dei consumatori: dobbiamo informare e rendere possibile la scelta di prodotti provenienti da sistemi di produzione virtuosi”.

D’altro canto non può che essere così. I grandi gruppi commerciali sono in grado di condizionare il prezzo d’acquisto dei prodotti agricoli in vendita che vengono poi promossi nei grandi supermercati del Paese come affari esclusivi.
Agiscono in un regime di concorrenza costantemente violata grazie ad una posizione di dominio nel mercato che condiziona, in negativo, l’intera filiera. Un barattolo di pomodori a 0.55 centesimi di euro è forse un affare per l’acquirente, a patto di non indagare troppo sulla qualità del suo contenuto, ma di certo è una tragedia per chi produce (il bracciante) e trasforma e vende (l’azienda agricola) il pomodoro.

Dietro la dittatura dei prezzi della GDO si nasconde, a volte, un mondo di sfruttamento e cancellazione dei diritti, con lavoratori e lavoratrici che non vengono retribuiti se non con poche centinaia di euro al mese, per lavorare anche 14 ore al giorno consecutive e aziende agricole, spesso di piccole dimensioni, che vengono “strozzate” e obbligate a vendere ai prezzi imposti dalla prima.
Obbedire e tacere sembra la regole generale che ogni anno porta alla chiusura di decine di aziende agricole e alla perdita di migliaia di posti di lavoro.

Stefano Liberti, giornalista e scrittore che da tempo si occupa di questo tema, afferma: “Il sistema agro-alimentare è caratterizzato da filiere lunghe e spesso poco trasparenti. Quando chiunque di noi va al supermercato, conduce i propri acquisti senza ricevere alcuna informazione sull’origine delle materie prime dei prodotti alimentari, su quali processi industriali queste abbiano subito e in quale parte del mondo. Introdurre normativamente una maggiore trasparenza sarebbe un passaggio utile per garantire maggiore responsabilità ed evitare quelle sacche di opacità in cui possono annidarsi forme di sfruttamento e di illegalità”.

Dello stesso avviso Fabio Ciconte, dell’associazione “Terra!”: “Le catene della grande distribuzione organizzata (GDO) fanno sempre più dell’abbassamento dei prezzi al consumatore il principale elemento della propria strategia di marketing. Questo elemento determina che a pagarne le conseguenze siano però gli agricoltori, gli ultimi anelli della filiera, costretti a vendere al ribasso il loro prodotto pur di non sparire da un mercato, quello della GDO, attraverso cui passa circa il 70% degli acquisti alimentari”.

Proprio l’associazione “Terra! Onlus” con “DaSud” e “terrelibere.org” ha dato vita a FilieraSporca con un’idea di fondo condivisibile: “Sul mercato internazionale vige la stessa legge della giungla, con grandi imprese commerciali e finanziarie che controllano a menadito produzioni di larga scala, spesso lasciandosi sfuggire il rispetto dei diritti e dell’ambiente. Le vittime sono – a diversi livelli – lavoratori meno qualificati e braccianti. Quello che è ormai un modo di produzione viene presentato come un’emergenza umanitaria. Ma dietro l’apparenza di miseria si nasconde una ricchezza mal distribuita”.

FilieraSporca propone la trasparenza delle filiere agroalimentari dalla Grande distribuzione organizzata alle multinazionali, attraverso l’introduzione di una etichetta narrante e l’elenco pubblico dei fornitori, perché informazioni chiare permettono ai consumatori di scegliere prodotti “slavery free”.

E proprio FilieraSporca ha denunciato la pratica delle aste al doppio ribasso della Gdo attraverso la quale riesce ad acquistare tonnellate di prodotti agricoli a prezzi bassissimi facendo precipitare sulle piccole aziende agricole e sui lavoratori le conseguenze di questo sistema. Una strategia di dominio del mercato che deve terminare.
Non a caso FilieraSporca e la Flai Cgil hanno lancaito e con successo la campagna ASTEnetevi. Le aste “basate sul meccanismo del doppio ribasso – sostiene la campagna – si svolgono on line. La GDO fa sedere attorno a una piattaforma virtuale i propri fornitori, chiedendo loro di avanzare un’offerta per una grande quantità di un certo prodotto. Sulla base dell’offerta più bassa la GDO convoca successivamente una seconda asta on line, che in poche ore chiama i partecipanti a rilanciare, con un evidente paradosso, per ribassare ulteriormente il prezzo di vendita di quel prodotto”.

Ancora Ciconte dichiara: “Con la campagna #Astenetevi lanciata da Terra! e dalla Flai abbiamo voluto denunciare la pratica distorsiva delle aste al doppio ribasso, un meccanismo perverso con cui la GDO costringe i propri fornitori a ribassare il prezzo pur di piazzare il proprio prodotto”..dopo mesi di denunce siamo riusciti a fare in modo che il ministro Martina, Federdistribuzione e Conad, firmassero un protocollo che vieta le aste. Un passo significativo e un successo della campagna. Ora non ci resta che capire se davvero i supermercati abbandoneranno questa pratica iniqua”.

Le mafie in questo sistema opaco riescono, ancora una volta, a fare grandi affari. La Corte dei Conti ha più volte affermato che “la grande distribuzione consente di investire in noti franchising grandissime quantità di denaro, che diventa difficilmente rintracciabile e riconducibile alle mafie; i proventi illecitamente accumulati non sono utilizzati solamente nel comparto strettamente commerciale della grande distribuzione ma, anche, nella costruzione di centri commerciali e strutture affini”. E mafie, prodotti sottocosto e caporalato sono costantemente in relazione.

Si pensi, ad esempio, al mercato ittico, di cui si è accupato anche il rapporto Agromafie di Eurispes/Coldiretti del 2017. Il boss di Gela, Salvatore Rinzivillo, infatti, riusciva ad importare pesce dal Marocco facendolo transitare per la Sicilia per collocarlo, obtorto collo, nei mercati ittici italiani e tedeschi. Un business stroncato a novembre del 2017 dalla squadra mobile di Caltanissetta e dal Gico della Guardia di Finanza di Roma che hanno arrestato anche un imprenditorie coinvolto in questo sistema, Emanuele Catania, uno dei nomi più noti del settore ittico siciliano. E la GDO era pienamente inserita in questo sistema.

Le mafie come i grandi centri di potere commerciale temono la trasparenza, l’informazione corretta, l’analisi accurata. La riforma di questo settore è quanto mai urgente. Servirebbe una politica autonoma e coraggiosa, capace di tenere insieme i diritti dei lavoratori, dei consumatori e dei produttori inesti,e obbligando tutti i protagonisti della filiera agricola ad agire nel rigoroso rispetto delle regole.

fonte articolo originale: repubblica.it