di Paola Pietradura – Le recenti azioni della Guardia di Finanza che hanno posto sotto sequestro tonnellate di prodotti agricoli con falsa certificazione biologica hanno messo in luce le grandi truffe che da anni diverse aziende italiane perpetravano nei confronti dei consumatori.
Nel 2016 l’inchiesta di Report sulla contraffazione delle certificazioni bio delle granaglie coltivate con metodi convenzionali provenienti dall’Europa orientale faceva emergere troppo tardi il problema della falsa tracciabilità del grano duro, solo quando ormai i prodotti derivati erano già stati immessi nel mercato e venduti in tutto il mondo. Incredibilmente tardivo anche l’intervento delle autorità italiane nel novembre del 2017, possibile solo grazie alle segnalazioni addirittura da parte dell’Inghilterra, della presenza di troppi pesticidi nelle zucchine certificate biologiche provenienti dalla Sicilia.
Almeno nove le aziende siciliane coinvolte, che spacciavano per biologici prodotti ortofrutticoli trattati con fertilizzanti chimici, concimi alterati e pesticidi vietati in agricoltura biologica, percependo indebitamente milioni di euro di fondi per la Politica agricola comune europea. Una maxi truffa ai danni dei consumatori, costata agli italiani intorno agli 8 milioni di euro. Secondo le stime del Fatto Quotidiano, autore dell’inchiesta, il mercato bio in Italia, che vale quasi 5 miliardi di euro all’anno, si classifica primo in Europa e secondo al mondo dopo gli Usa, con 72mila aziende agricole e una crescita delle stesse nell’ultimo anno del 20%. Come certificato dal ministero delle politiche agricole in alcune Regioni il numero di aziende che produce biologico è raddoppiato: +95% in Molise, +83% in Campania, +83% in Basilicata.
In Italia gli organismi che certificano le aziende che producono biologico sono autorizzati da Accredia, ente unico che opera sotto la supervisione del Ministero dello Sviluppo economico. Un sistema di controllo che mostra la sua vulnerabilità nella mancanza di trasparenza, nell’insufficienza e inadeguatezza di verifiche nei campi e soprattutto nel conflitto di interessi che vede gli organi di controllo spesso di proprietà di cooperative di produttori. Falle che il decreto ministeriale dell’ex ministro Martina del 22 febbraio, nonostante i proclami risolutori iniziali non ha affatto superato, limitandosi invece, evidentemente in linea con i dictat delle grandi lobbies del settore, a cristallizzare la situazione precedente, per cui i controllati possono detenere fino al 50% del capitale sociale dei controllori (norma che non vale per i consorzi senza fini di lucro).
No Cap esprime il timore che gli scandali sul biologico falso, evidenziando quanto il settore purtroppo, sia ancora troppo esposto rispetto alle contraffazioni a causa dei grandi margini di guadagno che se ne possono ricavare, rischiano di minare la fiducia dei consumatori su un settore sostanzialmente sano. L’esperienza e i contatti maturati nel tempo ci dimostrano infatti che il vero biologico esiste ed è la migliore forma di agricoltura, in cui prevalgono i produttori seri ed affidabili. I consumatori bio sono espressione dell’attenzione per l’esigenza di cibo buono, pulito e giusto, per questo No Cap consiglia di rivolgersi oltre che ai grandi marchi che indubbiamente offrono garanzie, rappresentando i canali ufficiali certificati, ma che spesso presuppongono comunque logiche produttive industriali e prezzi poco proporzionati, anche ai piccoli produttori che talvolta a prescindere dalle certificazioni offrono alimenti biologici di qualità a prezzi ragionevoli.
Conoscere i produttori, visitando le aziende o comprando nei mercati contadini, entrare nei gruppi di acquisto solidale (Gas) o cimentarsi nell’autoproduzione con la creazione di piccoli orti fai da te sono solo alcuni degli esempi di consumo consapevole e partecipato oltre che economico. L’agricoltura biologica infatti non è solo un metodo produttivo, ma è anche un modello di sviluppo rurale. Mangiare biologico locale significa garantirsi prodotti freschi, sani e di qualità, ridurre sensibilmente l’inquinamento dovuto all’utilizzo di prodotti chimici di sintesi, sostenere i produttori e i metodi di produzione e trasformazione locale, creare quindi le condizioni di uno sviluppo del territorio rispettoso dell’ambiente.