di Marco Brando, fonte articolo orgiginale il Fatto Quotidiano – Il lavoro nobilita l’uomo. È un modo di dire (qualcuno lo attribuisce a Darwin) che sentiamo ripetere da sempre. E Nobilita è il bel titolo del Festival della cultura del lavoro (promosso dalla business community Fiordirisorse e dalla testata SenzaFiltro), cui ho appena partecipato a Bologna. Qui ho incontrato Jean Pierre Yvan Sagnet, che mi ha fatto pensare a un’altra affermazione dedicata a questo tema. Quale? Nella sua opera Manoscritti economico-filosofici del 1844, Karl Marx afferma che “il lavoro fa dell’operaio una merce”, partendo dal presupposto che “diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce”.

Quindi lavorare nobilita oppure no? Lo fa se consente al lavoratore di svolgere la sua funzione economica e sociale nel rispetto della dignità e dei diritti, suoi e della collettività. Sappiamo che – in questa epoca di precarietà e di elemosine di Stato – tali condizioni vengono poco rispettate, per tutti, nonostante l’Italia sia – dice la Costituzione – “una Repubblica fondata sul lavoro”. Tuttavia l’incontro con Sagnet a Nobilita, prima del suo intervento pubblico, mi ha portato a interrogarmi su quanto la descrizione del concetto di lavoro subordinato fatta da Marx, ben 175 anni fa, abbia oggi una validità.

Probabilmente vale per molti di noi, se volessimo cimentarci in un’analisi approfondita. Di certo ce l’ha in modo evidente per le migliaia di migranti sfruttati nei campi italiani: quelli trattati come carne da macello, quelli che bruciano nelle tendopoli, quelli pagati pochissimo da “padroni” italiani più o meno limpidi, così da consentirci di comprare per pochi euro clementine e pomodori.

Chi è Jean Pierre Yvan Sagnet? Ha 33 anni, è nato in Camerun e lotta da anni contro i nuovi schiavisti, di cui i nostri governanti non parlano quasi mai, perché non porta consensi (“meglio” parlare di “migranti cattivi” per definizione…). Nel 2016 è stato insignito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il suo impegno contro caporalato e lavoro nero. Arrivato in Italia per studiare nell’agosto del 2007, nel 2013 si è laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni a Torino. È stato nel 2011 un leader durante lo sciopero alla masseria Boncuri (Nardò – Puglia): un mese di proteste contro i caporali e gli imprenditori agricoli; portarono all’introduzione del reato di caporalato e al primo processo in Europa sulla riduzione in schiavitù, concluso con la condanna a 11 anni di reclusione di 12 imprenditori e caporali.

Di tutto questo, Yvan Sagnet – che ha un blog (coraggioso) su IlFattoQuotidiano.it – ha parlato a Nobilita. Ha detto che c’è una catena avvelenata: parte dalle multinazionali dell’alimentare e si basa sulla complicità di caporali e imprenditori agricoli. Le vittime finali sono i migranti, insieme a una minoranza di braccianti italiani, tutti sfruttati per pochi euro. Ha detto il sindacalista con radici africane: “Quella complicità va spezzata. Tuttavia le norme sui migranti volute dal governo, e soprattutto dal ministro leghista Matteo Salvini, non solo non aiutano a farlo ma addirittura favoriscono il fenomeno dello sfruttamento”. Come? “L’abolizione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari ferma l’integrazione e lascia i lavoratori stranieri in balia degli sfruttatori, che prosperano quando ci sono disoccupazione ed emarginazione”.

Di certo, dalle multinazionali – complici di imprenditori italiani senza scrupoli e di caporali – fino a noi consumatori (non ci chiediamo mai quanto dolore ci sia dietro le clementine comprate troppo a buon mercato), la trappola che ingabbia gli sfruttati ricorda più l’affermazione ottocentesca di Marx che il modo di dire dedicato alla nobiltà del lavoro. Lo sfruttamento quasi schiavistico non nobilita nessuno. Però chi ha le leve politiche del potere purtroppo preferisce farci credere che i migranti accatastati nei campi più o meno abusivi siano pericolosi masochisti. Liberiamoli. Liberiamoci. Ragioniamo. Nobilitiamoci.