Da un’iniziativa del fondatore di Alce Nero primo prodotto-progetto concreto, il pomodoro No Cap, realizzato assieme all’omonima associazione presieduta dal giovane camerunense Yvan Sagnet, per sconfiggere il caporalato nelle campagne italiane.

fonte articolo originale: ilsole24ore.com

Da produttore di miele e pioniere del biologico a fondatore di «una impresa nuova che va oltre la corporate social responsability e che, pur operando come società di capitali, si muove in logica riparativa, con l’obiettivo cioè di migliorare le condizioni sociali e ambientali delle comunità di riferimento, i prodotti e i progetti che ne scaturiscono ne sono la sostanza e la testimonianza insieme, ma non il fine primo».

Così Lucio Cavazzoni, padre prima del Conapi (il Consorzio nazionale apicoltori) e poi di Alce Nero (il leader del bio), spiega che cosa c’è dietro alla facciata di Goodland Srl, la start up innovativa a valenza sociale con sede a Bologna, una nuova formula studiata assieme agli economisti dell’Alma Mater.

Assieme al primo prodotto-progetto concreto, il pomodoro No Cap, realizzato assieme all’omonima associazione presieduta dal giovane camerunense Yvan Sagnet, per sconfiggere il caporalato nelle campagne italiane.

Passata e pelati No Cap “made in Foggia” sono in vendita negli scaffali dei 500 negozi di Megamark, il gruppo distributivo della famiglia Pomarico leader nel Sud Italia (con le insegne Dok, Famila, Iperfamila, A&O, Sole365), «co-protagonista fondamentale di questa prima esperienza partita la scorsa primavera nelle campagne di Rignano Garganico, perché i grandi player industriali hanno un ruolo chiave nel propagare un nuovo modello di sviluppo che metta al centro la salute (che è vita), delle persone e dell’ambiente, portandolo a dimensioni di mercato», sottolinea Cavazzoni.

Francesco Pomarico ha chiesto aiuto a No Cap, che a sua volta ha teso la mano a GoodLand, per uscire dalle logiche del caporalato imperanti nel Sud Italia e da ieri può vendere con il proprio marchio “iamme” (andiamo) conserve di pomodori biologici e “buoni”, anche socialmente: sono stati raccolti da un centinaio di migranti dei ghetti, che hanno avuto un contratto di lavoro regolare, la visita medica il giorno prima dell’inizio del lavoro, l’accesso ai mezzi di trasporto per raggiungere i campi, un abbigliamento adeguato (tute e scarpe antitaglio), i bagni chimici e un vero alloggio dove dormire.

«Sono tutte cose normali, che le nostre bellissime leggi italiane prevedono, ma che non vengono applicate, perché il caporalato ha imposto un modello in cui le persone nei campi si pagano 3 euro lordi l’ora e non 11,5 euro e si fanno lavorare 10 ore al giorno in condizioni animalesche, non 6 ore e 40 minuti con un giorno di riposo alla settimana, come da norma», rimarca il presidente.

E per la campagna del pomodoro 2020 Cavazzoni ambisce «a moltiplicare per dieci l’esempio foggiano», senza porre limiti a struttura e operatività di Goodland. «È una impresa aperta, in costruzione, il modello di business è tuttora in progress – aggiunge – perché quel che conta è l’affermarsi di un’organizzazione di mezzi e persone che non si limita più a soddisfare shareholders e stakeholders, ma contribuisce a rigenerare ambiente e tessuto sociale, in aree tematiche e demografiche diverse».

Dopo il pomodoro No Cap, il prossimo impegno di GoodLand sarà in Appennino, a partire da quello emiliano, per arginare la desertificazione attraverso la rigenerazione agro-ecologica e, contemporaneamente, la produzione di prodotti da forno e latticini ad alto valore salutistico: «Pensiamo al recupero dei germoplasti dei grani antichi per replicarne valori e qualità e ad allevamenti che si nutrono solo di fieno e non di mais e soia», precisa Cavazzoni.